Mercoledì, 17 luglio 2019

11/10 St. Vincent: il racconto di Francesco

PalaisRacconta il tuo concerto di Luciano a teatro, inviando un email a: teatri@ligachannel.com

E' possibile per un promoter raccontare un concerto?
E' possibile farlo con animo distaccato? (Ha senso raccontare un concerto con animo distaccato?) Ci proverò.

Liga mancava dalla Valle d'Aosta da qualcosa come 3 lustri.

La sonnacchiosa e ridente regione di montagna (quella in alto a sinistra, mi dice talvolta qualcuno per darle una connotazione fisica) aveva ospitato Luciano dopo l'uscita del primo disco, nel 1991.

Poi nulla più.

Da allora di cose ne sono successe, moltissime per il Liga, fra dischi, concerti, libri e film, altrettante per i valdostani, fra alluvioni, delitti cari a Bruno Vespa, vacanze del Papa e ritiri degli squadroni di calcio.

Luciano arriva verso le sei del pomeriggio, direttamente da Correggio. E' tranquillo, firma autografi prima del soundcheck ad alcune bimbe vestite con tanto di tutù rosa (sopra il Palais c'è una sala in cui si tengono corsi di danza). Gli scappa un po' da ridere, secondo me, ma cerca di non darlo a vedere.

Prima dello show si chiude in camerino e ascolta rock (bello spesso, oserei dire).

L'attesa è tanta. Il Palais Saint-Vincent avrebbe potuto essere riempito per una settimana di fila e non avrebbe accontentato comunque tutte le richieste dei fans. Molti sono arrivati nel primo pomeriggio e si sono messi in paziente attesa che le porte venissero aperte.

I telefoni di tutti noi non hanno cessato di suonare per tutto il giorno, fino alla fine: "Davvero non c'è più posto? Come posso fare? Non posso venire nemmeno se mi metto in un angolino?" e via discorrendo fino alle 21, quando il concerto si apre con "Sono qui per l'amore".

L'atmosfera, all'inizio e per quasi tutta la durata della prima parte, è quasi bloccata; a molti non sembra vero di avere Luciano lì, a pochi centimetri. Molti fanno fatica (me l'ha confidato più d'uno) ad apprezzare fino in fondo la situazione, presi come sono a sincerarsi che realmente stia succedendo quella cosa; una sorta di ipnotismo si impossessa del pubblico: ho visto qualcuno, letteralmente bollito, dire al vicino di cantare più piano per non perdersi nemmeno un frammento di quello che accadeva. E' un po' come quando ti capita di non fare da tantissimo tempo una cosa che ti piace: quando poi arriva è un casino gestire le emozioni.

Se poi, a Luciano e alle canzoni, aggiungi anche carichi da undici come Mauro Pagani e compagnia suonante, beh, la cosa si fa ancora più complicata.

Insomma, i valdostani ci mettono un po' a capacitarsi di cotanta presenza, molto per soggezione (non mi viene un altro termine, ma forse questo è quello giusto), un po' per dna.

La prima parte scorre via, come una sorta di rito adorativo, o contemplativo, se vi piace di più.

La seconda parte diventa quindi una sorta di risveglio, che è più di un risveglio, è un autentico scossone.

La contemplazione, così, svanisce in un attimo e il Palais, che non è un teatro propriamente detto ma nemmeno un palasport (l'aggettivo "ibrido" gli si addice davvero), si trasforma in una bolgia autentica.

Le sedie vellutate vengono calpestate impunemente dalle scarpe degli spettatori, tutti in piedi, e chi se ne frega se si sporcano.

Le mani che si contorcevano nervosamente nella prima parte si divincolano dai loro nodi e sfogano la loro liberazione, finalmente, e così sia.

Tutti sotto il palco a urlare contro il cielo, qualcuno persino un po' troppo esagitato (ma capita, quando fino a poco tempo prima ti ha attanagliato una sorta di repressione che cercava di farsi strada dentro di te).

Poi le luci si spengono e gli tocca firmare altri autografi. Uno, lo confesso, gliel'ho chiesto anch'io; pur facendo il promoter, non faccio collezione di autografi, sinceramente non me ne frega nulla. Il suo è il terzo che chiedo in 22 anni di attività; gli altri due, per la cronaca, sono di Francesco Guccini e di Paolo Conte.

Stasera si replica.

Dopo, quando l'ultimo flight-case sarà stato caricato sul bilico, cominceremo a sperare di non dover aspettare la prossima per altri 3 lustri.

Francesco

Giovedì, 12 ottobre 2006