Giovedì, 20 settembre 2018

Lucianone e Lucianino

Il mattino dopo l'esibizione di Mick Taylor, squilla il telefono.
Do una controllata alla sveglia risultano le 8 e io, a letto da tre ore, impreco e non cago.
Alla quinta o sesta serie di squilli mi sembra di percepire al viva voce un Maio implorante.
Alzo la cornetta e lui si affretta a chiedermi scusa prima di essere coperto d'insulti: "Ha chiamato Pavarotti, ti vorrebbe al "Pavarotti International" e gli serve
una risposta subito: ha la conferenza di presentazione fra un paio d'ore".
Prima di realizzare qualsiasi cosa dico: " Si!" sradico
lo spinotto e risvengo.

Sono sul palco.
Mi sono appena complimentato con Joan Osborne
per l'album che ha fatto e con Eric Clapton per tutto.
Certe notti comincia come sempre con l'arpeggio di
Fede e quindi l'ingresso mio, di Rigo e di Robby.
Sulla seconda strofa, quella in cui entra Mel, parte anche l'orchestra.
Ma è un cambiamento che mi sembra nella norma.
E quando arriva il refrain, quando entra Big Luciano,
che scoppia la rivoluzione.
La foga e la potenza con cui canta non le aveva mai usate in prova.
E' qui che si "impossessa" davvero della canzone.
I monitor da cui esce la sua voce sembrano scoppiare e io, cantando sotto mi sento minuscolo anzi, a dir la verità, non mi sento affatto.
Le parole del ritornello, attraverso di lui, sembrano passare dal corsivo al grassetto sottolineato.
Anche orchestra e gruppo sembrano in difficoltà di volume rispetto a lui.
Come in una famosa gag di Jerry Lewis, ecco, capisco che se mi avvicino un altro po', Pavarotti mi spettina.
Ma non basta.
Ultimo refrain.
…Ci vediamo da Mario prima o pOOOOOOOOOOOOOOOOIIIIIIII!
Quel pOOOOOOIIII è un La in cui Pava, a suo agio, si può esprimere come vuole.
E allora va…
E giù in platea:
le gonne svolazzano,
le braci delle sigarette si ravvivano,
le acconciature si sfasciano,
i fermacravatte si appannano,
le sciarpe di seta sbandierano,
i gioielli scrosciano,
i vestiti griffati si attaccano a tette, stomaci e genitali,
le giarrettiere vibrano,
alcune mutandine si bagnano,
nelle primissime file si attaccano ai braccioli,
e poi:
le maree cambiano,
i satelliti si spengono,
stormi di folaghe si spennano,
alcune montagne si assestano,
branchi di squali si convertono al plancton,
molte teorie ballano,
parrucchini salutano,
marirossi si separano,
i pecorini maturano,
torridipisa raddrizzano,
i sismografi si ribaltano,
le amanti dicono "grazie al cielo",
gli ufo si spaventano e tornano a casa.
Quindi lui, l'orchestra e noi finiamo di colpo.
C'è l'attimo in cui il mondo si risistema.
E poi la gente che dimostra di avere molto apprezzato.
E io che ci metto qualche anno a smaltire la pelle d'oca.

Tratto da "Fuori e dentro il borgo"
1997 Baldini&Castoldi editore

Giovedì, 6 settembre 2007