Martedì, 18 dicembre 2018

Dal capitolo: "Ultima fermata, l'orizzonte"

AllIl viaggio sulle vie del Liga si conclude davanti alla non-destinazione di un orizzonte aperto, dove si intrecciano e si disperdono i sentieri che egli stesso ha tracciato con i suoi dischi. In tanti hanno attraversato i solchi, ormai soltanto immaginari, dei suoi album fermandosi per un ristoro sulle sponde di una canzone oppure imprimendo una botta di acceleratore sul rettilineo soleggiato di un'altra. Ciascuno ha eletto il "suo" disco e ha adottato le "sue" canzoni, adeguando un riff a un proprio stato d'animo, citando un verso come fosse il motto di famiglia, inchiodando un titolo a una data da ricordare, appropriandosi di una strofa e indossandola senza preoccuparsi troppo della taglia e dell'attualità del modello.

Sarebbe inutile cercare di dare univocità a qualcosa che per centinaia di migliaia di ascoltatori è patrimonio collettivo ma innanzitutto individuale: se gli oggetti hanno una memoria, è probabile che i milioni di dischi del Liga sparsi nelle case degli italiani, abbiano ciascuno una propria storia, unica e irripetibile. Quella che segue è quindi una discografia senza voti da zero a dieci, compilata senza l'intenzione di "spiegare come si fa" a qualcuno che ha dimostrato di sapere come farcela da solo; una guida senza troppe informazioni, dedicata a chi non vuole privarsi del piacere della meraviglia ed è abituato a usare le mappe soltanto come fonte di ispirazione.

Pertanto, vi risparmierò l'ennesima recensione brano-per-brano, l'analisi logica e grammaticale delle liriche, la musicologia da laboratorio, la dissezione analitica di ogni singola molecola che rende una canzone parte viva di un organismo più grande.

Vi risparmierò l'elenco di citazioni letterarie e musicali che spesso costituiscono un esercizio di virtuoso onanismo per chi prova a raccontare, coi suoi sensi e la sua esperienza, emozioni scritte da qualcun altro e condivise da milioni di altre persone.

Vi risparmierò, infine, l'inutile tentativo di interpretare la volontà di un artista al di là dell'urgenza delle sue opere, evitando di cadere nella trappola di una riflessione a mente fredda su qualcosa che nasce dall'impeto e mai dal calcolo.

Perché il rock non ha bisogno di bei ragionamenti e di parole ben confezionate: è questione di impatto, sensazioni che esplodono, parole che ti si conficcano dentro, istanti che ti cambiano la vita mentre nemmeno te ne accorgi.

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Martedì, 13 marzo 2007